Giulio Bertoni.
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Introduzione alla filologia.
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1941. Societ Tipografica Modenese, MODENA.
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Trascrizione elettronica rielaborata e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da Alyssa Violle e Raffaele Fantazzini, Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it/
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Indice.
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Prefazione.
1. Lingua e pensiero.
2. L'espressione concreta.
3. L'espressione naturalistica.
4. Problemi fondamentali.
5. Lessicologia e geografia linguistica.
6. Etimologia, grammatica e storia.
7. L'espressione estetica.
8. Epilogo.
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Fine Indice.
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INTRODUZIONE ALLA FILOLOGIA.
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Prefazione.
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Credo giunto il momento di raccogliere dalle mie opere alcuni princpi metodologici e presentarli con ordine pi rigoroso, per chiarire prima di tutto me a me stesso e per sottoporli all'esame e alla critica di chi sente l'esigenza di questi problemi fondamentali.
Dico subito che non c' in me nessuna presunzione, nessuna pretesa; ma soltanto il desiderio e l'ansia di condurre a un ulteriore perfezionamento alcuni strumenti critici giovevoli all'avanzamento dei nostri studi e soprattutto all'esame della espressione degli scrittori e alla discriminazione della lingua della cultura da quella della poesia e dell'arte, nel che consiste la storia letteraria, dominio ormai incontrastato della filologia.
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Questa discriminazione  una operazione che richiede una forte preparazione erudita, senza la quale non  data critica d'arte. Anzi, in questa discriminazione consiste la vera critica. I mezzi per questo esame, non pu darli che la filologia: una filologia, dico, intesa vichianamente, come inveramento nella storia di quella filologia erudita che pu dirsi muratoriana e che rappresenta nella sua alta dignit un momento necessario, inderogabile del processo filologico.
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Cos, la "filologia", il cui progresso  sempre stato legato indissolubilmente a un pi attento esame della storia della lingua, rivendica a s non solo l'esame naturalistico, ma la storia e la critica delle espressioni verbali. In ognuna delle sezioni e in ognuna delle sottosezioni a cui il processo filologico d luogo, dalla indagine fonetica, dalla erudizione sino alla storia della lingua, pu esaurirsi utilmente e proficuamente tutta l'attivit di uno studioso. Ma importa avere idee ferme e comprensive non solo degli strumenti, ma anche dei fini della filologia. Queste idee non si possono cogliere se non entro una concezione integrale, quale, ad esempio, quella che propugniamo.
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Questa "introduzione" sorge da un riesame di problemi a cui hanno lavorato pensatori e studiosi dei quali si noteranno influssi in pi punti della mia trattazione.  naturale che ad essi vada il mio pensiero grato e devoto con quella consapevole umilt e tuttavia con quella indipendenza di giudizio, senza cui sminuirebbe il valore del nostro quotidiano lavoro.
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1. Lingua e pensiero.
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Che il nostro pensiero si faccia trasparente a se stesso e si organizzi nella espressione verbale,  cosa, si pu dire, ammessa ormai da tutti. Colui che parla trae un contenuto psichico dalla nebulosit o dalla oscurit alla luce della coscienza. Parlare  liberarsi da una molesta inquietudine, da un interiore impaccio. Tutti hanno l'impressione che al di l della parola, una volta formulata, non ci sia che l'ombra del pensiero, o un torbido caos di impulsi e di ispirazioni che si fanno immagini e idee soltanto nella espressione.
Ora, qui s'inserisce il problema: se questo nostro pensiero esista prima dell'espressione e abbia realt fuori della parola; ovvero, se nasca e si svolga col nascere e con lo svolgersi della lingua. La risposta o la soluzione, che si d a questo problema, concerne, al di l dell'analisi e della critica letteraria, la nostra concezione della vita e del mondo. Ma i filologi, in sede scientifica, possono attenersi a questa risposta: che, cio, comunque si considerino le cose, resta sempre che l'idea, l'immagine o, insomma, il pensiero non viene a maturit di significazione che nella stessa espressione, oltre la quale non  data ricerca se non con un atto di fede. E c', comunque, il mistero, sia che il mistero stia nell'espressione medesima, sia che si riduca al di l dell'espressione, cio nell'assoluto. Il fatto sta che noi non possiamo trarre le nostre illazioni che dall'espressione. Non possiamo uscire, nelle nostre analisi critiche, dai limiti dell'espressione. In questo senso,  lecito affermare che la lingua  lo stesso pensiero: il corpo, cio, non la veste del pensiero.
Questo, proprio questo,  ci che usiamo chiamare "espressione concreta" (rivelazione del pensiero dell'uomo), la quale io posso studiare in se stessa, nella sua vita pregnante, tenendo conto di tutti gli elementi di cui  formata; ma posso anche esaminarne prevalentemente il momento estetico, che caratterizza - empiricamente differenziato e potenziato - le opere di poesia, e anche il momento oggettivo, cio in particolare la lingua  della cultura, la lingua strumentale, la lingua che sta a disposizione di tutti e che pu essere studiata in vari modi, come fatto fisico, come fatto sociale o come mezzo di comunicazione, ecc. La realt effettiva  dell'espressione concreta, entro la sfera della quale si compie sempre, a ben guardare, il nostro esame: cos l'analisi estetica, come la discriminazione della lingua della cultura. Senonch, l'interesse nostro  rivolto, in questi casi, pi all'uno o all'altro momento dell'espressione. Se affermiamo che nella lingua sta la storia ideale delle nazioni, la ragione  che ci riferiamo a questa espressione concreta. La quale  sintesi di "pensiero" e di "lingua" (pensiero pensato). Il "pensiero" si rivela nella lingua ed  tutta la lingua; il "linguaggio" sta nell'attivit del pensiero,  lo stesso momento estetico del pensiero e si palesa nell'accento, nel timbro, nella tonalit e nel colore che assume in ognuno la lingua.
La "poesia" sta nel linguaggio, che vive e palpita nella lingua e assume nei poeti musica e colore diversi. Ma anche in coloro che parlano per l'abbondanza del cuore, in coloro che, con l'animo turbato, si ricercano affannosamente e si dibattono nello sforzo di trarre a chiaro intendimento il loro tumulto interiore, in coloro, insomma, in cui il parlare  azione e quasi un modo di vivere, non v'ha dubbio che spiri il dmone della poesia, che, pi o meno vivida o fioca, non manca mai in ogni uomo. Se mancasse, sarebbe chiusa la via a gustare un'opera poetica.
Il rapporto con la vita non si rompe mai, neppure nel regno della poesia e dell'arte. Siamo in una zona di purificazione, legata per vincoli misteriosi alla vita. Siamo fuori della vita e tuttavia nella vita, fuori della storia e pur dentro la storia. Si dir che queste sono assurdit; ma l'assurdo della logica comune  spesso la verit dell'arte. La parola, elevata ad esprimere un valore fantastico, non pu rompere la sua intima relazione con la lingua di tutti i giorni. Nella poesia e nell'arte, le accezioni, di cui la parola  pregna dopo secoli di storia, non si cancellano, perch sono assorbite in una nuova espressione nella quale rivivono una nuova vita.
Per ritornare alla "lingua" che solo idealmente si contrappone al "pensiero che la crea e la ricrea" e al "linguaggio", dir che lo studio di essa  sempre studio di contenuti. Anche la lingua di Dante o del Petrarca o dell'Ariosto, se la esaminiamo fuori dell'ispirazione di questi poeti, diviene contenuto; perde, cio, il suo carattere d'arte o di forma. "Lingua"  ci che diciamo cultura, dottrina, tecnica, presupposto, fonte, schema, paradigma, grammatica. Frantumando quell'unit estetica, che  sempre un'opera d'arte, ricaviamo la "lingua", cio schemi verbali, locuzioni, vocaboli, ecc. che da un lato si prestano a un sottile esame fonetico, morfologico, ecc. e dall'altro ci permettono di inserire quest'opera nel processo storico, a cui appartiene e in cui si articola, perch ognuno di questi vocaboli chiude in s elementi di civilt e di storia di et determinate.
Naturalmente, i membri linguistici, avulsi dal contesto, studiati nella loro molteplicit, non possono valere, per l'esame di un'opera d'arte, pi di quello che vale a un di presso una "fonte" o un antecedente per la critica di un poema (per esempio una scena del Boiardo per la valutazione di un episodio dell'Ariosto). Questi membri linguistici hanno valore culturale. Se ci servissimo solo di essi per l'esame concreto di un'opera letteraria, snatureremmo il nostro esame. Si parte sempre dalla realt espressiva viva e pulsante per penetrare in sede di cultura e in sede estetica. Invece, da queste sedi non si giunge all'espressione che con un salto. Non mi stancher mai di ripetere che lo studio della poesia e dell'arte  lo studio delle possibilit e attivit espressive di un autore, mentre lo studio della "lingua"  quello delle sue fonti e della sua cultura. L'esame della "lingua" conduce a paragonare e spesso ad avvicinare opere diverse; quello del linguaggio e insieme della lingua a differenziarle, perch in poeti diversi le medesime parole, le medesime locuzioni, si illuminano di luce nuova e vibrano con diversa intensit. La personalit del poeta e dell'artista piega la materia linguistica, la spiritualizza, la trasfigura. La "lingua", in s e per s,  qualcosa di passivo, di indifferente, n bella n brutta, ma diventa bella o brutta, luminosa o smorta, a seconda di chi la parla o di chi la scrive.
Anche la storia della "lingua", intesa come cultura, strumento sociale o mezzo di comunicazione, non si pu fare prescindendo dall'espressione concreta. Ma, come ho detto test, la nostra attenzione pu fissarsi particolarmente sulla "lingua" in quanto riflette le condizioni storiche e culturali proprie di un autore; e, allora, il nostro esame assume un carattere erudito. La storia della cultura  storia della lingua.
Nell'espansione culturale, si diffondono propriamente i contenuti pi che i valori artistici, che per loro natura non sono trasmissibili nella loro forma fissa, immutabile, suggellata in se stessa. Se vi fosse bisogno di una dimostrazione della impermeabilit di un'opera d'arte, potremmo riferirci, per venire a un esempio cospicuo, alla storia della fortuna dell'Orlando Furioso in Italia e fuori d'Italia. L'influsso dell'Ariosto si avverte in molte opere italiane e straniere, ma in quelle opere appunto l'Ariosto poeta non c'. Ovvero, c', o ci pu essere, come accade nel Tasso, un nuovo atteggiamento artistico, pi o meno ricco, suscitato, in una certa misura, da questo influsso: un'impronta, cio, un segno ideale, che mostri in quale modo un poeta possa accogliere la suggestione di un altro poeta o come reagisca a questa suggestione con uno slancio dello spirito che si traduce in un nuovo tono o in una forma nuova d'arte.
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2. L'espressione concreta.
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Abbiamo identificato la storia di un popolo o della sua civilt o del suo progresso spirituale con la storia della sua lingua, nella quale si rivela la verace storia ideale entro cui e su cui scorre la storia in tempo coi suoi accadimenti, coi suoi fatti e con le sue vicende. Questa storia si rivela nelle opere degli scrittori, poeti, artisti, scienziati e filosofi, che rappresentano la nazione nel suo svolgimento. La storia della lingua di uno scrittore  la storia del pensiero di questo scrittore; ma gli scrittori, i poeti, gli artisti, gli scienziati e i filosofi sono altrettanti momenti dello sviluppo spirituale della nazione, mentre sono, ognuno, personalit distinte. Voglio dire che il loro mondo  quello della loro cultura e della cultura del loro tempo animato dalla loro personalit. Si pensi, ad es., al Galilei. In una et incline ai lenocini verbali, al manierismo, all'affettazione e alla ampollosit, egli mantiene la sua prosa entro i confini netti e precisi d'una sobriet e d'una stringatezza che rispecchiano le sue abitudini di scienziato uso a scrutare i segni geometrici scritti da Dio nel grande libro della natura. La sua verit razionale, scientifica, si denuda in una prosa nuova, che non teme confronti e che non pu conoscere artifizio perch  tutta piena del decoro e della seriet di un uomo, la cui vita fu una continua affermazione della libert nella ricerca scientifica e una aperta rivendicazione dei diritti dell'esperienza. Si esamini, dico, questo modello di prosa scientifica e si vedr come coi nuovi contenuti si generi, in un solo parto, una forma nuova coi caratteri stessi della scienza galileiana e ne nasca una lingua vigorosa, limpida, schietta, sostenuta da una logica ferrea e composta in un organismo tutto muscoli e nervature. Non lo stile, come si afferma comunemente, ma la lingua  tutto l'uomo. Si consideri, anche, la lingua del Vico che si sforza di aprirsi faticosamente un varco fra gli ostacoli di pesanti e pedantesche consuetudini scolastiche.  una lingua dura, aspra e forte nutrita dei succhi di un pensiero nuovo: lingua eroica, che infrange qua e l l'involucro della tradizione e si illumina talora di luci interiori, abbaglianti. Lingua ineguale e ostica; ma a tratti magnifica, quando accompagna con risonanze trionfali le vittorie conseguite dal grande filosofo durante la sua ansiosa meditazione. Si ha, leggendo, l'impressione di un nodo che si sciolga con isforzo; vi si sente riflesso  il dolore di una laboriosa gestazione. Questa (s'intende) non  la linguistica di chi studia la fisica della lingua, n di chi studia le trasformazioni dei suoni o le modificazioni morfologiche della parola e via dicendo, tutte cose che vanno trattate in sedi distinte che si chiameranno: fonetica sperimentale, fonetica descrittiva, grammatica, ecc., sedi distinte, ognuna con sue proprie indefettibili esigenze, a soddisfare le quali pu nobilmente e utilmente essere spesa tutta una vita studiosa. Ma  tempo di affermare che "linguistica"  non soltanto lo studio fisico dei suoni e non soltanto ci che si dice grammatica e stile, ma anche questa sottile discriminazione dei caratteri del linguaggio individuale. E, allora, la linguistica si fa filologia.
Nei poeti la lingua serve, pi che ad esprimere qualcosa, ad esprimere se stessi. Ci che fa poetica l'espressione  alcun che di misterioso e, direi, di divino, che non si definisce ma si sente e si rivive, perch  bellezza, la quale in ciascun artista e poeta ha luce, colore, armonia e timbro diversi. Se non si pu definire la suggestione che si sprigiona da quel Dio ascoso, che si chiama ispirazione, ben si pu indicare dove batta l'accento che differenzia l'una dall'altra personalit poetica. Di questi problemi la filologia non pu e non deve ormai pi disinteressarsi, ma studiarli entro la luce dell'espressione concreta. Dovr, ad esempio, occuparsi del linguaggio poetico dell'Ariosto, che non va ricercato nelle liriche latine e italiane, n nelle satire, n nelle commedie, n nelle lettere, ma nell'Orlando Furioso, dove abbiamo una lingua volubile e liquida, una lingua soleggiata e raggiante e stellata di immagini e tutta chiara come la vera e ingenua ispirazione del poeta. E dovr la linguistica, facendosi estetica, considerare altres il linguaggio personale di tutti i poeti e contrapporre, ad esempio, al colore, alla plasticit e alla nitidezza dell'Ariosto la vaga e indefinita espressione artistica del Tasso che trasporta l'accento della sua poesia sui particolari pi che sull'essenziale ed  musico pi che pittore e scultore. Dovr mettere in evidenza, per venire ad altri esempi, la potente e vigorosa lingua di Dante e quella garbata del Petrarca e quella sinuosa e sonante del Boccaccio e quella ruvida, scabra, aspra di Michelangelo che par quasi l'opposto della lingua variopinta, luminosa e ridente dell'Ariosto: lingua michelangiolesca in cui sta il dramma silenzioso e religioso dell'isolamento e la tragica situazione di chi teme gli altri e se stesso e si chiude in s e sente la fragilit del proprio essere e del proprio destino nella perfetta certezza della propria nullit, che sta nel fondo di ogni grande anima la quale perde e ritrova ad ogni istante la sua vita e riconosce dentro di s vilt e miseria, ma anche nobilt e ricchezza.
Conviene aprire le porte a queste ricerche difficili e suggestive senza chiudere quelle (s'intende) della linguistica naturalistica e dell'erudizione che sono i momenti indefettibili, ineliminabili e preparatori della "filologia" che noi propugniamo.
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3. L'espressione naturalistica.
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Accomunate, come ragion vuole, linguistica e filologia, in quanto la prima finisce col risolversi nella seconda, vediamo come la "filologia" possa contribuire allo studio della storia della civilt, oggetto d'ogni nostra indagine morale.
Prima di tutto, lasciando ora da banda l'esame fisico e descrittivo della parola, pu contribuire a questo studio con la pura erudizione, la quale raccoglie, prepara e ordina sia i materiali atti a collocare nella temperie storica, che pi gli conviene, l'oggetto delle nostre indagini, sia gli elementi capaci di far rivivere (se interrogati a dovere) il passato dinanzi alla nostra mente, come se fosse presente. E poich questo disseppellimento del passato, questa intuizione (potremmo dire) del passato,  la prima condizione della storia, la filologia, intesa come erudizione,  preparazione alla storia. Anche quando l'oggetto dei nostri studi  un'opera d'arte letteraria, il cmpito della filologia considerata in questo suo momento erudito,  di procurarci gli strumenti e i mezzi per rivivere relativamente in noi l'opera che studiamo. Queste ricerche - fatte bersaglio di motti satirici, quando si presentino con l'assurda pretesa di dar fondo all'esame storico - rivestono una grande utilit quando sono racchiuse entro i loro modesti limiti pratici e allorch compiono appieno il loro umile ma pur grande officio. Con la raccolta del materiale storico, esse procurano nuove cognizioni; con l'ordinamento di queste cognizioni portano vari e preziosi sussidi; giovano a pi ordini di studi e d'investigazioni e sono un fondamento sicuro dell'edificio di pensiero e di riflessione che si concretizza nella storia, cio nella forma pi elevata della nostra attivit logica. Promovendo l'amore della erudizione, correggendo gli eccessi, affinandone gli strumenti, la filologia compie gi una funzione importante e degna. E tanto pi dignitose saranno naturalmente queste ricerche preparatorie, quanto pi saranno condotte con decorosa modestia, con finezza, con gusto e con una chiara coscienza della loro natura e del loro scopo.
L'erudizione, che  dunque accrescimento di materiale per la storia, si esercita, conformemente alle idee sopra enunciate, sui documenti, sulle cronache o narrazioni, e si esplica con accurate edizioni di atti archivistici, di testi editi e inediti, con diligenti raccolte di elementi lessicali ecc. La filologia in questo momento - momento che pu anche (ripeto) divenire oggetto di tutta l'attivit di un benemerito ricercatore - , si pu dire, agnostica, in quanto si tien paga ad assommare e controllare i mezzi necessari alla rievocazione del passato. Ma, pur restando erudizione, essa pu fare qualcosa di pi e di non meno prezioso, qualcosa che costituisce un ulteriore sviluppo e che congiungendosi intimamente col primo momento viene a formare una nobilissima sfera d'attivit della nostra materia. Pu, cio, applicare ai materiali raccolti tutti i lumi dell'intelletto, comparando narrazione con narrazione, testo con testo, ed estraendo, in virt di questo esame comparativo, schemi, classificazioni, norme o regole, chiamate comunemente leggi (leggi storiche, ecc.). Questo sforzo procura maggiore soddisfazione e consiste nell'interpretazione storica preliminare, la quale  una seconda condizione a comprendere il passato. L'erudito intellettualista riallaccia le fila della tradizione messe in luce durante i primi momenti della sua ricerca, corregge i testi eventualmente guastati dagli amanuensi, procura edizioni critiche, restaura, integra o reintegra il frammentario, detta biografie, analizza e nell'analisi trova un aiuto, un sussidio, una guida per giungere a conclusioni relative, nelle quali l'intelletto si adagia e si fortifica e nelle quali l'uomo cerca (sempre invano!) riposo. L'interpretazione dei fatti singoli o particolari, il collegamento delle tradizioni, l'esame delle serie per cui  passata l'espressione, la trafila dei momenti successivi dell'evoluzione linguistica, cio la ricerca etimologica, sono altrettanti elementi costitutivi dell'erudizione filologica, che costituisce la prima sfera d'attivit, come l'abbiamo definita, della nostra disciplina.
Fondando il suo esame sui particolari ammassati dalla ricerca erudita, il filologo, sia con la comparazione, sia con l'astrazione, pu raccogliere in concetti generali l'elemento comune che giace entro una molteplicit di fatti. Ci facendo, il filologo opera come uno scienziato. I fatti particolari gli stanno dinanzi irrigiditi; ed egli con procedimento intellettualistico ne estrae norme o regole, o si accinge a partizioni, a schematizzazioni e a classificazioni. Partendo dalla fredda e morta espressione naturalizzata, il linguista trae e formula per esempio, le "leggi fonetiche", costruisce le cosiddette "grammatiche storiche", la cui funzione e utilit non possono punto (badiamo bene) essere messe in dubbio. Dalla massa dei dati raccolti lo storico naturalista o intellettualista desume idee generali, che gli consentono di tracciare divisioni o partizioni e gli permettono anche di considerare i fatti come effetti di cause determinate o di risguardarli nel loro concatenamento o nei loro rapporti reciproci, creando dipendenze e affinit e relazioni, che sono frutto di astrazioni, ma che sono di incontestabile, sebbene relativa, utilit. Ma le "leggi", o norme, e la "grammatica" presuppongono la lingua, come le divisioni, le relazioni di causa ed effetto e lo  studio e l'esame degli accadimenti presuppongono i fatti storici; ed  errore pretendere di spiegare lo svolgimento delle lingue con l'applicazione pura e semplice delle leggi empiriche, come di spiegare la storia con altrettante norme empiriche ed arbitrarie. Ci che codeste leggi e norme hanno di verit assoluta  quel tanto di storico che consiste e insiste nei dati, donde esse traggono origine; ci che hanno di relativo, di contingente e, diciamo pure, di falso  quel tanto di astrazione che consiste e insiste nel loro carattere induttivo intellettualistico, poich non pu rivestire natura universale una legge o norma desunta soltanto da un fatto individuale o da una molteplicit di dati. Ma, per quanto non assolute, queste regole sono necessarie e rispondono perfettamente a una esigenza pratica imprescindibile. Di astrazioni ci serviamo continuamente nella vita, e noi, filologi, parliamo sempre di "dialetti", a ragion d'esempio, mentre, a rigore, ci rappresentiamo sempre un linguaggio individuato, determinato, non l'idea irreale di "dialetto". Ma l'astrarre un "dialetto" ci serve di aiuto all'apprendimento di una parlata; onde bene "ragiona" chi sostiene che i dialetti non esistono, e bene "opera" chi crea i dialetti. Gli uni e gli altri hanno ragione e torto, perch n l'uno n l'altro distinguono fra teoria e pratica. Non  chi non veda l'impossibilit per l'uomo di disfarsi dalle astrazioni o dal relativismo, nel quale praticamente egli vive.
Come  necessario parlare di "case", di "alberi", ecc., cos  necessario per noi parlare di "dialetti". La legittimit dell'empirismo  tale, che, cacciato che fosse dalla porta, entrerebbe per la finestra. Si possono attaccare, con piena ragione, le "leggi fonetiche", mostrando con esemplari refrattari, con eccezioni, la loro relativa solidit; si possono attaccare, con non minore ragione, le norme della storia sociologica, deterministica o materialistica, contrapponendo fatti che non si lasciano condurre entro l'orbita di nessuna di queste classificazioni; si pu combattere la teoria dei generi letterati, citando, per esempio, la Divina Commedia che nessuno saprebbe dire a qual genere appartenga; ma non si pu distruggere (a meno di non distruggere l'uomo), il principio intellettualistico, in forza del quale la legge fonetica, la storia sociologica o deterministica o materialistica e il genere letterario vengono creati. Tutto sta nell'avere di queste astrazioni un concetto esatto, nel riconoscere la loro relativit, nel giudicarle per ci che sono: arbitrarie, punto assolute, miste di errore e di verit, indispensabili tuttavia, e, ripeto, necessarie. E utilissime anche per lo stimolo che arrecano a sempre nuove ricerche, cio all'accrescimento dell'erudizione, che  condizione, dico, alla storia, senza essere la vera storia.
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4. I Problemi fondamentali.
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Alla luce di questi criteri, esaminiamo ora i problemi fondamentali della nostra disciplina, opponendo e unificando, volta a volta, la lingua come "fatto" e la lingua come "attivit".
Dell'unit d'origine delle lingue o della loro origine pluralistica si  usi parlare, comunemente con riferimento alle lingue obbiettivate. E, allora, si tratta di un problema empirico: se, cio, astrazion fatta dall'espressione, certi gruppi di lingue del globo antiche o moderne, o tutte le lingue antiche e moderne del globo provengano da uno o pi ceppi, senza escludere in un passato pi remoto una diversa condizione di cose. Le lingue, allora, sono considerate entro l'ambito pi o meno vasto di uno o pi periodi della storia dell'uomo. Il problema, impostato in questi termini,  ragionevole. Diventa assurdo, se si confonde con la "lingua" intesa come "fatto" la lingua intesa come attivit. In questo modo si pu risolvere una delle pi note antinomie linguistiche studiate da V. Henry ("le language est un; le language est multiple"); noi diciamo: il pensiero  uno; ma la "lingua"  molteplice.
Anche il problema della classificazione delle lingue deve essere studiato sotto la luce dei princpi esposti nelle pagine precedenti. Non v'ha dubbio che, impostato male, esso sia addirittura insolubile. Si pu riconoscere infatti la comunanza d'origine di pi lingue (per es. del sanscrito-tocarico-greco-latino-celtico, ecc.; del caucasico e del basco; del bantu e del sudanese, ecc.), ma non  possibile, scientificamente parlando, fissare i termini o le relazioni della loro parentela. Non  esatto, a ragion d'esempio, discorrere di lingue "madri" e di lingue "figlie", perch quest'ultime altro non sono che la continuazione delle prime, cio esse stesse sono le prime in condizioni storiche diverse. Onde  erronea anche la distinzione in lingue "sorelle" poich si tratta pur sempre di una sola lingua (p. es., l'italiano, il francese, lo spagnuolo, ecc. non sono che il latino). La ragione della impossibilit, in cui siamo, di determinare, una volta riconosciuta l'affinit, il grado di questa affinit  stata veduta da parecchi linguisti e sta nella serie continua di innovazioni, che, sorgendo in questo o quel punto, non hanno mancato e non mancano mai di diffondersi e di provocare differenziazioni successive, le quali finiscono sempre con alterare rapporti di una lingua con un'altra finitima. E si noti che, se si pu dimostrare in sede scientifica, l'affinit di due o pi lingue, non  possibile, per contro, "dimostrare" che due o pi lingue non siano affini.
Inoltre, le immigrazioni, la scomparsa di lingue e la sostituzione di altre, il prevalere di una su altra, per ragioni geografiche, sociali culturali, ecc., sono tutte cause che ostacolano ogni ricerca scientifica sul grado di parentela. Si pu, cio, riconoscere la comune origine di certi linguaggi, come di quelli ariani e di quelli neolatini, ma non  lecito classificare meccanicamente questi linguaggi, nei quali ogni fenomeno ed ogni parola hanno una loro storia particolare. Altrettanto si dica delle lingue di tutti i gruppi linguistici: del camito semitico, del dravidico, dell'uralo-altaico, ecc. ecc. e anche dei gruppi medesimi, in quanto possano collegarsi a unit primitive.
Se passiamo ora al problema delle radici, diremo che questi elementi non sono i progenitori delle famiglie dei vocaboli, ma sono ricavati per astrazione dalla espressione, poich ormai deve esser chiaro che si parla per proposizioni e non con parole isolate. Il Pott, pi di ottant'anni or sono, aveva posto il problema sulla via della sua soluzione, scrivendo che in realt non esistono radici di una lingua e che "anche ci che esteriormente pu parere una mera radice,  una parola,  la forma d'una parola, non  una radice, poich radice  appunto l'astrazione che si fa dalle classi delle parole ed , come a dire, la luce comune ad esse, il vertice di una piramide, che contiene i membri di una determinata famiglia". E ancora: "le radici sono soltanto ideali, sono astrazioni necessarie al lavoro del grammatico, che egli del resto deve ricavare attenendosi strettamente alle forme reali della lingua". In altre parole, le radici, checch sia stato detto e scritto dopo il Pott, non sono mai esistite come entit reali. Non sono esistite che le proposizioni, le quali alcuni vogliono siano state dapprima monomie, altri binomie, pur essendo state sempre "proposizioni". Ma la questione della monomia o plurinomia,  insolubile. Per ragioni pratiche, anche il Pott diceva monomie, olofrastiche, le proposizioni primordiali, ammettendo che le variazioni interne, i raddoppiamenti, le composizioni, ecc. fossero fenomeni sviluppatisi in serie cronologica. , questo, un modo di rappresentarsi le cose, partendo dal presupposto che dalle forme pi complesse si debba arrivare alle forme pi semplici (vedremo che cosa sia da pensare di questa concezione) via via sino all'origine del linguaggio. Ma noi abbiamo gi visto che se si pu parlare del problema dell'origine dei gruppi linguistici, non esiste, invece il problema dell'origine delle lingue. Esso appartiene, in caso, alla teologia e non alla linguistica.
Dalle teorie sulle radici procede la cos detta teoria dell'agglutinazione. Essendo il linguaggio non gi un'invenzione dell'intelletto umano e neppure un prodotto naturale organico, ma un'attivit umana con riflessi divini, una categoria, senza cui l'uomo non sarebbe pi uomo,  chiaro che non si pu accettare l'opinione comunemente ammessa e formulata gi dal Curtius, che nel linguaggio si possano distinguere diversi strati, non altrimente che nella geologia, e che da uno stadio radicale si passi ad uno stadio flessivo, ecc. Il Curtius moveva, in fondo, dalle risultanze delle comparazioni del Bopp e dei suoi seguaci, i quali si opponevano risolutamente alla teoria di Federico e Augusto Guglielmo Schlegel sulla indipendenza effettiva della flessione (con mutamenti e accrescimenti nel seno delle radici) dall'agglomeramento degli affissi. Le lingue flessive, secondo Fed. Schlegel, sono ricche e durevoli, paragonabili a un tessuto organico che cresca dal di dentro; le altre sono aride e quasi incapaci di svolgimento. Il Bopp, invece, aveva formulato il principio che nelle lingue indoeuropee le radici erano monosillabiche e che le modificazioni grammaticali, salvo taluni casi di "trasformazione organica" (processo, a cui il Bopp diede il nome di simbolismo) non si potevano spiegare per variazione interna, ma solo coll'aiuto di nuove aggiunte pronominali e talora verbali (teoria dell'agglutinazione o della composizione). Questo principio fu quello che ottenne i maggiori suffragi dei dotti che discussero sui modi dell'agglutinazione (Giacomo Grimm, Benfey, ecc.), ma accettarono il teorema del monosillabismo, al quale parve favorevole persino G. di Humboldt.
Il problema fu formulato (un po' all'ingrosso) hegelianamente dallo Schleicher, per il quale esistono tre classi di lingue: le prime "isolanti" con sole radici significative, le seconde con radici, a cui si aggiungono segni di relazione, e le terze con intima connessione o unit dei segni significativi e relativi. Le seconde lo Schleicher chiama propriamente "agglutinanti", le terze "flessive" (agglutinanti-flessive). Ma lo Schleicher si riattacc alla concezione dei Boppiani sostenendo che dalle lingue isolanti sorgano le altre; onde, salvo la formulazione diversa, pu dirsi che il suo pensiero e quello del Curtius vengano a coincidere nei punti essenziali.
Se si voglia prendere la realt linguistica quale , bisogner riconoscere che ai tre momenti schleicheriani del linguaggio non  possibile attribuire una successione cronologica. Radici e parole isolate non sono mai esistite, poich il momento, da cui dipende il linguaggio,  piuttosto il terzo momento dello Schleicher (e non il primo), e non si pu dire che questo momento debba di necessit essere flessivo in tutti i luoghi e in tutti i tempi. Anzi, agglutinazione e flessione possono cos presentarsi distinte, come possono in certe lingue combinarsi per ragioni storiche, che possiamo constatare nei loro effetti. Non si possono invocare per lo sviluppo delle lingue criteri ricavati dal mondo organico, e non si possono attribuire caratteri di primitivit alle lingue quanto pi si risale nel tempo.  Questi caratteri primitivi dovrebbero essere quegli stessi, su per gi, che osserviamo nelle lingue dei selvaggi; ma  noto che questi, se parlano talora lingue d'una sorprendente semplicit, ne parlano talvolta di quelle "aussi compliques que les plus compliques de nos langues" (Vendrys).
Anche alle cos dette categorie grammaticali (espressione impropria per designare il genere, il numero, i modi, i tempi, la negazione, ecc. ecc.) non si pu applicare il principio della evoluzione organica gi criticato a proposito delle "radici" e dell'"agglutinazione". Sono anch'esse, le categorie grammaticali, come le mutazioni fonetiche, morfologiche, ecc., d'origine individuale e sorgono dal seno del pensiero, che si manifesta con una fenomenologia variopinta, la quale, caso per caso, si propaga entro certi limiti pi o meno estesi di spazio e di tempo. Alla radice di questa fenomenologia sta l'unit del pensiero, per la quale possono nascere indipendentemente figure simili o analoghe a grande distanza, p. es. il futuro col verbo "volere", come in cinese: wo yao lai ("me voler venire", verr) e in bulgaro; ma in generale, quando si tratti di lingue affini o vicine, la monogenesi e irradiazione da un centro sono senza paragone pi comuni della poligenesi. Cos, per il futuro  difficile staccare il bulgaro, che usa choteti (volere) dal greco T??? ??a e questo da certi usi italiani (vuol piovere, piover) e francesi, da cui non si potr disgiungere senz'altro l'inglese col suo will. Sono calchi, di cui sono stati notati molti esempi in fatto di categorie grammaticali, p. es. nel livone e nel lettone (Jespersen). Dal punto di vista lessicologico, poi, questi calchi sono numerosissimi e per la storia delle lingue interessantissimi.
Dalle cose dette si capisce come sian venute tramontando le teorie di coloro che cercavano un rapporto fra lingue e razze e relegavano, materializzandole, le prime nel dominio dell'etnologia, come se i loro tratti, trasmissibili da gente a gente, potessero essere confusi con i tratti etnici dei popoli dai capelli crespi o lisci, ecc. Di questa concezione non si pu salvare che un principio, e solo qualora sia rettamente inteso, cio quello detto delle "reazioni etniche", che sono le colorature e le striature diverse che una lingua subisce trasmettendosi a genti di storia diversa: a genti, cio, che trasfondano in una nuova parlata il loro spirito gi storicamente determinato, rivivendo la loro vita morale (poich la lingua  tutto l'uomo) in forme nuove, entro cui siano assorbite le vecchie forme. La reazione etnica , insomma, un fattore storico.  attivit mentale, non  un elemento organico passivo. Le lingue possono esser dette l'espressione concreta delle mentalit dei parlanti, purch per mentalit si intenda il grado di cultura o di coscienza da essi raggiunto in certi periodi e purch non si ipostatizzi il pensiero al di l delle sue manifestazioni concrete, ma in queste manifestazioni ci si sforzi di sentire la sua indefettibile presenza.
Oltre che sullo svolgimento nel tempo, gli occhi degli studiosi si sono appuntati, come gi sappiamo, sulla diffusione nello spazio. E sar tempo di dire che la teoria delle "onde", con la quale Giov. Schmidt (1872) si oppose al sistema della ramificazione,  la sola che, malgrado le molte critiche, abbia trovato qualche conferma nell'esperienza. Un valido conforto a questa teoria viene dalla constatazione (Meillet) che i dialetti indoeuropei non hanno cambiato reciprocamente la loro posizione, con tutto che il dominio indoeuropeo si sia successivamente esteso, e dal fatto che essa pu essere applicata con buon successo alle lingue del globo. Se non che lo Schmidt - avvertita felicemente la concatenazione o la serie continuata delle lingue indoeuropee - si raffigurava l'espandersi delle innovazioni linguistiche a guisa di ondate, che si propaghino con moto progressivo, mentre queste innovazioni si diffondono, con le parole o espressioni in cui sono per cos dire incarnate, in direzioni molteplici. Piuttosto che di "onde",  da parlare di "irradiazioni", le quali si distendono, a seconda delle esigenze, storiche, in modi diversi e non soltanto a guisa di onde, n, come altri dice, a guisa dei raggi di una stella. Soprattutto il loro moto non  punto paragonabile a quello circolare dell'onda.
Da un'imperfetta concezione della lingua  sorta anche la teoria della "rotazione" (Darmesteter), secondo la quale i momenti schleicheriani delle lingue si succederebbero ininterrottamente dando luogo a un continuo costituirsi di lingue isolanti in agglutinanti, di agglutinanti in flessive, di flessive di nuovo in isolanti, poscia agglutinanti cos via, o, per usare una frase di A. G. Schlegel, a un continuo passaggio di lingue analitiche in sintetiche, quindi analitiche, eppoi sintetiche, ecc. ecc. A cotesta teoria contrasta di gi quanto sappiamo delle lingue di molta parte del globo e della lor storia. Siffatta teoria, fondata com' sulla sola particolare condizione rappresentata dallo svolgimento del latino in lingue romanze e sopra un'ipotetica vicenda di energie spirituali regolata quasi matematicamente,  naturale che non possa valere per tutte le lingue e addirittura non valga propriamente per nessuna. Anche questo , insomma, uno di quei problemi che si possono relegare nel limbo delle buone intenzioni di molti studiosi e linguisti.
Se non si imposta il problema delle "reazioni etniche" nei suoi veri termini, se, cio, si esce dalla realt linguistica, che  realt spirituale, si corre il rischio di attribuire allo sviluppo delle lingue un meccanismo, al quale, per contro, esse si sottraggono sempre. Ogni trasformazione linguistica  modificazione del soggetto. E ci deve dirsi anche di quelle tendenze universali che paiono affiorare nello svolgimento delle lingue. Queste tendenze non si possono negare (Meillet, Grammont), ma non vanno concepite astrattamente, al di l dell'individuo da cui sorgono concrete. Tutte le innovazioni muovono, a ben guardare, da un individuo, dal quale si propagano a seconda che gli altri le accettino, riconoscendosi pi o meno in quelle differenziazioni; e poich si dimostra che le lingue pi conservative sono quelle che meno hanno subto l'influsso di altri idiomi,  lecito aggiungere che, fra le cause trasformatrici, una delle pi efficaci sia il contatto di una parlata con l'altra.
 stata assunta al maggiore onore di regolatrice dei fenomeni del linguaggio la cos detta legge del "minimo sforzo", per la quale ogni trasformazione ed ogni modificazione dipenderebbero dalla tendenza degli uomini ad ottenere il maggior risultato col minore sforzo o sacrificio possibile. Si sa che questo principio, la cui piena formulazione si deve alla scuola economista positivista, si fonda sul concetto che l'uomo procuri perennemente di evitare o attenuare il dolore derivante dalla fatica col minore sforzo individuale; ma si sa anche a quali assurdi conduca questa legge, che, se rispondesse a verit, indurrebbe ad elevare l'ozio al supremo ideale umano! L'uomo, invece, cerca il lavoro, ha un bisogno insaziabile di attivit, in cui sta la sua gioia. Lo sforzo  condizione per l'accrescimento delle funzioni; e, di mano in mano che l'umanit procede sulla via del progresso, il bisogno di esplicare un'attivit sempre pi grande e complessa si fa pi acutamente sentire. Non il minore sforzo per evitare il dolore, ma un maggiore sforzo per appagare il nostro crescente bisogno di attivit presiede al progresso linguistico. Chi parla vuol far cessare un dolore con un godimento: e questo godimento  lingua, con la quale ci liberiamo da quel malessere che ci tiene allorch non possiamo, se non parliamo, uscire da uno stato di indefinibile schiavit, che nelle persone offese negli organi orali pu convertirsi in ismania e furore.
Dal principio del minimo sforzo non esce del tutto neppure il Jespersen, che, dopo molti altri s' affaticato sul problema del progresso e della decadenza nelle lingue. Egli sostiene che la struttura delle lingue moderne sopravvanza quella delle antiche e che il progresso consiste nell'ottenere "a maximum of efficiency and a minimum of effort. Efficiency means expressiveness, and effort means bodily and mental labour". Ma assolutamente non si capisce come si possa in questo modo ottenere maggiore espressivit.
Bisogna impostare il problema con chiarezza: nella "lingua" astrattamente intesa non ci pu essere progresso, che  soltanto della espressione concreta. La storia  del pensiero nella sua unit con la lingua.
La legge del minimo sforzo e altri fattori sono stati invocati per spiegare le cos dette leggi dei suoni (o leggi fonetiche). Ma la legge fonetica, concepita nella sua rigidit,  sorella germana di tante altre "leggi" fondate sui fatti veduti nella loro fissit cadaverica.
Sappiamo quale sorte sia toccata a queste leggi: come sia stato sempre pi ristretto il raggio d'azione di quelle economico-sociali divenute via via "norme", "tendenze", ecc., e come sia stato riconosciuto che quelle dei matematici altro non sono che "costruzioni" dell'intelletto. Per le leggi fonetiche, come per quelle sociali, si  escogitata la scappatoia delle "condizioni identiche" (Stuart Mill), senza badare che coteste condizioni identiche non possono verificarsi mai. La verit  che la "legge fonetica"  il risultato di astrazioni ed  ricavata dalla lingua obbiettivata; naturalizzata.
Onde non pu valere come "norma", perch la norma sta nel fatto e non trascende il fatto. Ogni fatto ha la sua norma intrinseca. Chi sostiene l'assolutezza della "legge fonetica" e agisce in conformit di questa affermazione, crede di lavorare sulla lingua, mentre lavora sulla materia della lingua. La vera legge fonetica  storia.  quella che non anticipa nulla, non prevede nulla, e giustifica, non governa, lo svolgimento linguistico.  quella che si manifesta adeguata ad ogni fatto;  quella che ci salva dal fare incamminare la realt per i sentieri della nostra immaginazione, e invece giova a darci ragione dello sviluppo storico, che in s ha un carattere intrinseco di normativit.
La "legge fonetica"  intellettualistica e ha un valore pratico. La sua imperiosit non verte in realt, che sui fatti gi consumati. Come sussidio alla memoria,  senza dubbio indispensabile; anzi tanto pi utile quanto pi orientata secondo le esigenze della storia. Essa va mantenuta come un mezzo per riassumere e abbreviare l'esperienza e le va riconosciuto il valore che hanno tutte le cose di intrinseca e indiscutibile utilit.  un mezzo, che facilita la raccolta e la catalogazione e il controllo dei materiali;  un aiuto a sistemare nella nostra memoria ci che la storia lascia dietro le sue spalle nel suo cammino incessante. Senza leggi intellettualistiche si posson fare (e si sono fatte, checch si dica) buone etimologie; ma senza storia buone etimologie non si fanno.
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5. Lessicologia e geografia linguistica.
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Pu dirsi che quanto pi si rafforza la preparazione filologica, tanto pi si sia condotti verso l'esame storico della lingua. Il Diez, negli ultimi anni della sua vita studiosa, sent sorgere prepotente il bisogno di studiare la storia delle parole, la storia del lessico (e questo studio, di cui lasci un solo saggio, dov apparirgli tale da coronare i vigorosi sforzi da lui sostenuti nel dominio delle lingue romanze) e scrisse un aureo libriccino, la cui importanza fu non solo incompresa dai pi, ma addirittura misconosciuta in un periodo, nel quale pareva che le ricerche intellettualistiche sulle lingue dovessero assorbire tutte le energie degli studiosi. E si disse che la Romanische Wortschpfung (1875) portava "indizi di vecchiaia", riconoscendole qualche merito pi per un omaggio al fondatore della filologia romanza, che per intima e sicura convinzione. Ma a Gaston Paris, il maggiore dei discepoli del grande e modesto antesignano degli studi romanzi, non fece velo la moda positivistica invalsa gi ai suoi tempi. E a lui non isfugg che un'immensa, inesauribile ricchezza stava nascosta nella miniera, entro cui il vecchio pioniere aveva incominciato a lavorare e a raccogliere le prime paglie d'oro. Onde non  maraviglia che di questo piccolo libro il Paris abbia scritto alcune indimenticabili parole, in cui sta, non v'ha dubbio, un giusto riconoscimento dell'originalit, della freschezza e finezza di pensiero dell'autore allora ottantenne.
L'avere troppo spesso staccato la "lingua" dalla sua storia e l'essersi sforzati, insomma, di considerare (con un'industria necessariamente infelice nei suoi risultati) la "lingua" in se stessa e per se stessa, sono tutte cose che han condotto, a poco a poco, i grammatici sulla china pericolosa di un gretto materialismo, che avrebbe fatto della linguistica una delle maggiori mortificazioni dell'uomo. Per fortuna, non sono mancate reazioni da parte di pensatori e di studiosi. Una delle maggiori, nel campo lessicologico,  costituita dalla geografia linguistica.
, la geografia linguistica, una disciplina empirica, s'intende, disciplina che ha dell'empirismo i pregi e i difetti, ma che rappresenta un progresso indubitabile della nostra scienza, perch si risolve in uno strumento necessario nella ricerca storica, a cui tutti i nostri sforzi mirano e a cui debbono mirare. Quando diciamo "geografia linguistica", intendiamo alludere a un modo nuovo di considerare i fenomeni linguistici, anzi a una mentalit nuova creatasi nell'aspro cimento e nel duro travaglio di scoprire una nuova verit, una mentalit che  essa stessa un metodo, perch il metodo, considerato indipendentemente dalla ricerca laboriosa dello studioso, non esiste in concreto, ma  una astrazione della nostra mente. Il vero metodo  "conoscenza"; ed  sempre buono o cattivo, non gi in se medesimo, ma in quanto buoni o cattivi sono i risultati, a cui si perviene. La geografia linguistica nega la staticit della parola, riconosce nel linguaggio una vita irrequieta, agitata (la vita del pensiero) e, mentre ci d informazioni solide e sicure sulle continue innovazioni e sul continuo flusso e riflusso della parola, non manca di illuminarci sulle fasi pi antiche e ci permette di riannodare, con lo studio della diffusione dei vocaboli, le trame consunte dal tempo, dietro cui si vede talvolta profilarsi l'origine delle trasformazioni linguistiche. Dandoci il modo di collegare la molteplicit fenomenica e di riunire i fili sparsi di queste trame, ci conduce da un lato a ricostruire unit idiomatiche frantumate e disperse e dall'altro lato ci avvicina ai centri o ai fuochi della creazione linguistica.
Cos, dalle investigazioni geografiche due ordini di ricerche hanno ricevuto un energico impulso e si presentano alla nostra meditazione con il fascino suggestivo di nuovi problemi.
Il primo ordine  quello dei sostrati. Oggi le ricerche linguistiche non si limitano soltanto all'esame delle alterazioni fonetiche dovute alla persistenza di antichissime abitudini organiche perpetuatesi nei popoli che, per vicende storiche, hanno assunta e fatta propria una nuova lingua; oggi si estendono, queste ricerche, alla lessicologia o alla ricostruzione di serie intere di vocaboli che rivivono in forme differenziate in lingue e dialetti moderni: vestigia preziose e sacre di civilt che furono, resti di idiomi cancellati dal tempo, elementi di favelle perdute i quali rivivono e pulsano in un organismo caldo e nuovo.
L'altro ordine di ricerche consiste nell'indagine dei centri di propagazione o di irradiazione di vocaboli e di fenomeni. Grazie a questa diffusione, retta sempre da motivi storici, accade che in sede linguistica paesi lontani appaiono vicini e paesi vicini appaiono lontani. Da questo punto di vista, la linguistica  geografia umana. I piani prospettici si sono, per tal modo, spostati e il quadro della ricerca si  allargato. L'orizzonte si  fatto pi vasto; l'atmosfera pi mossa e luminosa. Per contraccolpo, anche l'investigazione etimologica si  venuta orientando, in questi ultimi tempi, verso fini pi concreti. Si  sentito il bisogno di depurare l'etimologia di ci che le veniva di artificioso dall'uso costante di formule rigide e astratte, facendo che la storia rivendicasse i suoi diritti di fronte alla fonetica e ne reclamasse il primato. Cos, la storia delle parole  apparsa tutt'uno con la storia delle cose.
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6. Etimologia, grammatica e storia.
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Un'espressione naturalisticamente concepita - cio considerata nella sua oggettivit, -  un'espressione astratta. Se ci industriamo di mantenerla rigorosamente in questa sua astrattezza, essa si sottrae ad un effettivo esame storico. Dato che si potesse (e, in realt, non si pu) staccarla veramente dal nostro pensiero, non potremmo che constatarla, classificarla, ecc. Ma gi quando la constatiamo, la classifichiamo, la sezioniamo, la dissecchiamo, ecc., non possiamo non investirla di un significato che, per lo meno, noi stessi le conferiamo. Per isforzo, che si faccia, la "lingua" bisogna pure intenderla, per poterne discorrere, bisogna pure pensarla per istudiarla (comunque la si stud). Onde non ci pu essere un grammatico, per quanto sia naturalista, il quale non attribuisca un senso - legittimo o illegittimo - alle parole o alle espressioni, che fa oggetto del suo esame. E se questo grammatico vuol essere uno studioso serio, occorrer sempre che si industri di adeguare alla "letteratura" (cio al significato che le parole hanno avuto nel suo autore o nella mente di colui che le ha parlate) il senso che egli medesimo comunica loro. L'analisi  pur sempre una sintesi, poich non si pu pensare che per sintesi; ed ogni elemento analitico, una volta che sia pensato, diviene esso stesso una sintesi di analisi.
In realt, dal pensiero non si prescinde mai. Il naturalista compendia in un concetto ci che egli sa della storia o dei significati storici di un'espressione, e questo concetto risulta della sintesi dei vari significati che l'espressione, volta a volta, gli  parsa assumere nelle opere da lui lette e studiate o nei discorsi da lui uditi. Non si pu fare un'etimologia, se si perde di vista il senso di una parola. Non si pu fare grammatica, se questo senso vien meno. L'etimologo e il grammatico sono sempre nella necessit di erigere la parola, che studiano, a simbolo di casi particolari. Ma il tutto sta nell'intendersi su questo senso o significato storico della parola. Un concetto pu essere superiore o inferiore, e non v'ha dubbio che il primo contenga in s il secondo. E poich il concetto dell'etimologo , caso per caso, la ricapitolazione di tutti o di quanti pi significati di un'espressione in un'unit, non v' anche dubbio che questa unit sar tanto pi ricca, quanto pi l'etimologo sar "storico", quanta pi storia, insomma, egli abbia rivissuta. Senza storia, la quale soltanto pu darci l'intelligenza dei modi, onde nell'espressione si manifesta l'attivit spirituale, non  data etimologia. L'etimologia, dunque, richiede un concetto alto, capace, esteso della coscienza delle molteplici determinazioni, in cui si  obbiettivato il pensiero, e col pensiero la parola che esteriormente appare la medesima o quasi la medesima, mentre nella sua interiorit  sempre stata e sar sempre diversa.
Una pienezza assoluta d'informazioni non si otterr mai, ma lo sforzo di attingere questo ideale, con la concomitante coscienza che un problema etimologico  un problema sempre aperto e che il concetto stesso dell'etimologia varia col variare del progresso umano, questo sforzo, dico,  il carattere d'ogni seria etimologia. Esemplificazioni si potrebbero moltiplicare con estrema facilit. Resterebbe sempre dimostrato che non la fonetica guida lo storico, ma la storia guida la fonetica, la quale non  che un'ancella, di cui il padrone avr sempre mai da dubitare, sorvegliandola con occhi aperti. Poich i tiri birboni, che pu giocare, malgrado la somma di utili servigi che ci pu rendere, sono numerosi. Un'etimologia sar tanto migliore, quanto pi sar pregnante il concetto che l'etimologo avr del suo oggetto. Inappagato sempre, l'etimologo deve approfondire l'indagine storica. L'etimologia e la grammatica non potrebbero nemmeno essere puro e semplice tecnicismo, senza degradarsi. Se fossero tali, non avrebbero significato di sorta e si ridurrebbero a un assurdo, potendosi abbassare sino a divenire grammatica di espressioni illogiche e antiestetiche. Se da questa degradazione la grammatica pur si salva, la ragione  da ricercarsi nel fatto che l'etimologo e il grammatico sono obbligati a pensare e a infondere nella natura linguistica almeno il lume del proprio pensiero. L'etimologia e la grammatica, che non si rassegnino a mantenersi sull'orlo dell'assurdo, debbono fare i conti con la storia.
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7. L'espressione estetica.
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Lo studio del momento soggettivo del ritmo, per cui si attua l'espressione concreta, spetta alla storia letteraria che si volge a quella che chiamiamo espressione estetica. E poich il momento della soggettivit  ineliminabile, non vi  opera di filosofia o di scienza che non contenga in s un momento artistico. Non vi  parola, che non abbia in s questo momento, anche se questa parola non ci paia di quelle che brillano della luce dell'arte. Egli  che altra cosa  l'"arte", empiricamente intesa, altra cosa  il momento artistico. Quella pu mancare, questo no. Quella manca, infatti, quando il pensiero non sia potenziato d'un'energia che chiediamo agli "artisti"; questo, invece, c' sempre.  il momento in cui nasce continuamente il "linguaggio", che acquista un sapor nuovo sulla bocca d'ogni individuo, per cui si dice che ciascun uomo ha una sua propria lingua, pur usando quasi le stesse parole degli altri: quelle parole, che storicamente non pu non avere e per le quali riesce a farsi capire da chi lo ascolta. Il linguaggio vibra sempre di una nota individuale che costituisce la sua liricit. Cogliere questa nota significa studiare l'espressione in ci che ha di veramente e distintamente personale. L'espressione lirica rende la realt individuale dell'uomo tradotta in suoni, colori, ecc. Anche un concetto esteso e profondo, anche un'allegoria acuta e sottile possono assumere forma fantastica, quando energico sia il momento soggettivo. E, d'altra parte, poich questo momento non manca mai, non pu non essere poeta anche chi non abbia ricco e abbondante il dono di quest'orma divina o si riversi, con la rapidit fulminea propria del processo spirituale, dal momento soggettivo nel momento concreto, poich nella concretezza sta l'astrattezza vinta e trasformata.
Diremo, dunque, che se ogni proposizione ha il suo lato estetico, non per questo ogni proposizione  da dichiararsi estetica. Sono estetiche soltanto quelle in cui domina sovrana una forma diversa da quella che pu imprimere alla sua opera un filosofo, a ragion d'esempio, o uno scienziato: una forma tutta lirica, che ci trasporta in un mondo, al quale sentiamo di doverci riferire con esigenze che non si possono o non si debbono accampare in sede filosofica o scientifica. Cos, nell'arte la verit  bellezza, e tutti sanno che la razionalit o la logica artistica comporta irrazionalismi, come quello dell'Ariosto, che chiama ancora nel 1532, ad aspettarlo dal suo viaggio nell'oceano della poesia, nell'ultimo canto del Furioso, uomini gi morti pi anni prima, o come quello del Leopardi, che accomuna in un solo disprezzo i due concetti del male, dominatore del mondo, e dell'"infinita vanit del tutto", senza avvertire, come  gi stato osservato, che il mondo, se  dominato dal male, sar odioso, ma non "vano". Che cosa diremo poi del "silenzio verde" del Carducci e dell'"orma sonora" del D'Annunzio?
Qui cade acconcia una distinzione fra "poesia" e "arte". Nella poesia non abbiamo ancora l'estasi incantata dell'arte. Non sempre le opere di poesia sono anche opere d'arte, e non tutte le opere di poesia sono dal principio alla fine, opere d'arte. La Divina Commedia  tutta poesia, anche nelle parti logiche e strutturali, ma non  tutta opera d'arte. Berchet  un poeta; Foscolo  un artista. Tanto le opere poetiche, quanto quelle artistiche hanno certamente carattere soggettivo, originale, e vibrano di sentimenti individuali e universali, tanto pi universali quanto pi profondamente individuali. C' sempre, nella poesia, un tono, un accento che  il segno di uno stato d'animo personale. Sar una gioia diffusa, o una malinconia tormentata o rassegnata, o un umorismo sereno o doloroso; sar un senso di piet austero o espansivo, o una dolcezza soave, o una tenerezza pacata, ecc. Avremo in un'opera prevalenza di musicalit (Tasso), in un'altra di colore (Ariosto). Sono tutti caratteri che permettono di classificare e valutare le espressioni poetiche.
La parola, nella poesia, ha un timbro nuovo, ma non ha ancora in s l'impalpabile segno di quella misteriosa trasfigurazione che  propria della poesia allorch diventa "arte". Allora, l'estasi e l'incanto ci prendono come in un sogno: si apre il regno della immacolata pura bellezza, dove impera una logica che non  quella della poesia ancor legata al nostro raziocinio comune, dove il pensiero  armonia e luce, senza corpo e volume, dove non esistono pi lo spazio e il tempo e dove tutto pare sospeso nell'eternit.
La "poesia", insomma, si fa "arte" quando avviene ci che diciamo "trasfigurazione", per cui il sentimento e la passione non hanno pi nessun residuo di materia o di senso. Il dolore non duole, anzi consola, il grido si fa canto, e un incantesimo ci tiene in un'estatica fissit. Le parole non hanno pi peso; tutto si fa lieve, trasparente, luminoso.  l'estasi dell'arte.
In altre parole, il sentimento dell'arte non  pi quello proprio anche della poesia, cio quel sentimento che  la nostra gioia e il nostro pianto, dolcezza e tormento, ansia o spasimo di tutti i mortali, quello, insomma, di cui viviamo su questa terra. No; non  pi il sentimento che alimenta la nostra vita quotidiana.  un sentimento creato dall'artista su quello cosmico, universale, insieme con l'immagine e la parola. L'artista crea tutto (contenuti e forme nella loro unit). La ricchezza dei contenuti si risolve nella ricchezza della forma, quando siamo nell'arte grande e vera. E, allora, quanto pi sar pregnante il contenuto, tanto pi alta sar la forma e non si potr pi dire che, dal punto di vista estetico, una breve espressione, un sonetto, vale o pu valere come una cntica o addirittura un poema.
A un poeta, e soprattutto a un artista, noi non chiediamo la giustificazione della verit oggettiva del suo mondo. Pretendiamo dall'artista una logica, direi, fantastica, che  coerenza interiore, unit estetica, armonia, decoro, venust. A nessuno pu venire in mente, a ragion d'esempio, di pretendere da Dante la dimostrazione oggettiva dei tre regni ultramondani, quali si sono configurati nel suo pensiero; ma a tutti sar lecito domandargli di farci sentire la realt fantastica della sua maravigliosa visione come realt viva e presente. Cos, non si chieder conto al Boiardo e all'Ariosto della lunga e folle corsa di Rinaldo e Orlando dietro Angelica, n del viaggio di Astolfo nella luna, bastandoci di avvertire nei loro poemi una logica tutta propria di quel mondo imaginoso, in cui l'inverosimile, grazie alla sincerit artistica dei due poeti, assume la parvenza della verit. Ma questo bens chiederemo loro: che ci comunichino quello stato d'animo particolare, per cui i loro eroi cavallereschi si sono portati via nelle bellissime fughe fra boschi lo stesso cuore degli autori; onde quelle ardimentose avventure ci tengono avvinti e sospesi come quando al racconto di certe lunghe favole ci sentivamo l'animo pieno d'un ignoto stupore. E neppure si vorr dal Leopardi la ragione o la dimostrazione della sua sinistra profezia sull'eruzione dello "sterminator Vesevo", che abbatter con la sua "crudel possanza" l'odorosa ginestra che i deserti consola. Vi sono e vi saranno sempre coloro che discetteranno sul come e perch nei Promessi Sposi, a un dato momento, non appaia rispettata rigorosamente la serie dei giorni della settimana o il Manzoni non ci dica nulla del padre di Lucia. Noi domanderemo ai poeti la verit della fantasia, la cui necessit si fa sentire con tutta la sua forza non appena nell'opera d'arte venga a mancare il fascino della bellezza.
Deve, inoltre, l'opera d'arte raccogliersi in un'unit la quale, comportando tutti gli sbalzi della fantasia, ferma in contorni netti e luminosi la visione artistica. Dove questa unit estetica non esista, non si ha un'opera d'arte, ma si hanno dei frammenti, di cui ognuno pu avere valore in s e per s, ma senza relazione coll'insieme. Poich, insomma, una nota dominante, in ogni opera d'arte, deve investire ogni particolare. Non risvegliano nessuna commozione le poesie di Guittone d'Arezzo, sebbene racchiudano - ma in modo disorganico e disgregato - tanta materia e tante aspirazioni comuni al dolce stil nuovo (un senso nuovo e quasi religioso della vita, un raggentilimento dell'amore, un approfondimento della cultura, ecc. ecc.); ma in esse manca la fusione, manca l'unit, manca l'affiato lirico, ci che il giovane Dante sentiva "dentro", quando l'imagine balzava or vigorosa, or trasparente ed or leggermente sfumata, ma chiara, nitida, perspicua. Mancano il nitore e l'eleganza di Guido Cavalcanti, le sottili squisitezze di Lapo Gianni: piccole cose, tenui trasparenze, che pur sono il segno della poesia.
Non c', come ognun sa, opera d'arte senza originalit. L'imitazione , fra gli artisti di poca o debole ala, cosa comunissima, tanto che per essa si creano le cos dette scuole e i cos detti "indirizzi" (realistico, spiritualistico, ecc.); ma i puri e semplici imitatori (c' bisogno di dirlo?) sono, in fondo, non soltanto poveri artisti, ma addirittura artisti mancati, e non possono essere studiati con profitto che da un punto di vista non estetico, poich l'esame degli influssi rientra nel gran quadro della storia della cultura. L'arte  attivit. L'imitazione  passivit. Ora, la lingua  bene spesso imitazione e, come tale, esula dall'esame estetico, a meno che nello studio d'una espressione fattasi comune non si ricerchi il suggello artistico conferitole da colui che primo la foggi in un momento di felice ispirazione.
Se l'imitazione  un rifacimento senza un lampo d'originalit, a nessuno  permesso trattarla in sede estetica, salvo per toglierle ogni pretesa artistica. E il tempo, che  un gran giustiziere, non ha risparmiato, a ragion d'esempio, i petrarchisti e li ha avvolti in un'ombra d'oblio, dalla quale soltanto gli eruditi li hanno tratti alla luce per gli scopi della cultura che non sono proprio quelli dell'estetica.
Fermandoci ora di proposito alle pi ricche espressioni, cio ai cos detti capolavori artistici, diremo che l'originalit  indipendente dalla tecnica, la quale  un antecedente dell'opera d'arte, in cui passa completamente assorbita. Il migliore elogio che si possa fare d'un'opera d'arte - d'un poema, a ragion d'esempio -  che la tecnica (sottile, paziente, laboriosa quanto si voglia) si sottragga nell'onda melodica della poesia all'orecchio anche pi vigile ed esercitato nella squisita industria della versificazione. Il che significa che non esiste vera opera d'arte in cui la tecnica non si annulli, come la linea e il disegno nella figura, come il colore materiale nel colorito spirituale di un quadro. Volerla ricercare e analizzare, questa tecnica, par quasi una profanazione: un frantumare l'anfora lavorata e gioiellata, un rompere il monile d'oro della strofa, un dissigillare la forma conchiusa di un pensiero musicale. E la profanazione non  permessa che ad un patto: che, cio, non si perda mai di vista l'avvertimento che non la tecnica possa valere a spiegare 1'opera d'arte, ma questa conduca a darci ragione di quella. Poich dalla poesia si passa alla tecnica, e non viceversa, o, meglio, tecnica e poesia si svolgono insieme. Se un poeta trova una tecnica nuova, la ragione  che nuova  l'espressione che gli canta dentro. Cos, non bast pi l'"usata poesia" al Carducci, quando il poeta sent pulsare nel petto un'originalit, che mal si accomodava ai vecchi ritmi. E senza originalit non  data personalit poetica. Non hanno bisogno di nuove parole se non coloro che non hanno nuovi pensieri.
La personalit dell'opera d'arte consiste nel carattere di soggettivit che assumono sentimenti universali. Ma in questa soggettivit l'universalit non scompare. Ci che scompare , piuttosto, la personalit empirica, mentre si afferma la personalit profonda e vera, che  particolare e universale in pari tempo. L'amore, a ragion d'esempio, assume forme diverse in ciascun poeta. In alcuno la sensualit trabocca, in un altro l'amore  come una serena effusione dell'animo; in un terzo si colora d'una leggera tinta di malinconia; in un ultimo, infine,  tormento, furia, tempesta. Nelle vere opere d'arte, empiricamente considerate, c' sempre un tono o un accento soggettivo, che  il carattere dominante di uno stato d'animo individuale. Avremo in un'opera prevalenza di musicalit, in un'altra di luminosit; in una terza avremo sviluppato il senso del colore. ecc. ecc. Sono tutti caratteri che permettono di classificare nel campo dell'empirismo le espressioni artistiche, cos una parola, come un poema, cos uno schizzo, come un quadro, cos un breve motivo musicale, come una vasta e ampia sinfonia.
S, una breve parola pu essere pi ricca di poesia che un lungo poema. E aveva ragione Vittoria Aganoor:
Pu dunque una parola, una sommessa
parola, detta da un labbro che trema
balbettando, valer pi d'un poema,
prometter pi d'ogni miglior promessa?
S, si potrebbe rispondere, la parola vale per ci che palpita e vive sotto l'involucro materiale, in cui si fa concreta, e che, tuttavia, non potrebbe palpitare n vivere senza questo involucro il quale non appare esteriore che per forza di astrazione. Staccare questi due termini significa uccidere la parola.
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8. Epilogo.
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Per l'intelligenza di queste pagine, importa che il lettore tenga fermi alcuni principi essenziali. L'espressione  concreta realt spirituale e si identifica, in altri termini, col pensiero (in quanto e per quanto si svela), il quale non pu divenire consapevole di s od essere, cio, veramente "pensiero", se non esprimendosi. Non esiste pensiero senza espressione. Questa espressione, che non  dunque una veste, ma lo stesso corpo del pensiero, sorge, col nascere della coscienza, come un'unit, nella quale non esistono membri discriminati. In essa i cos detti elementi della proposizione (articolo, nome, aggettivo, verbo, ecc.) sono fusi insieme in una sola parola.
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L'espressione pu essere esaminata nella sua concretezza e anche sotto due aspetti: come espressione estetica e come fatto (o molteplicit). Nell'espressione concreta il momento lirico od estetico o artistico o soggettivo ("linguaggio")  ineliminabile. Ma ineliminabile  anche in essa "la lingua", cio la molteplicit, il fatto, la natura linguistica. Nell'espressione, intesa come "fatto" (espressione, che diremo, meglio che pratica, naturalistica), la lingua appare oggettivata e frantumata in una molteplicit di elementi, che sono annullati nell'espressione intesa come attivit.
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Si potr pensare da alcuno che noi facciamo questione di parole, perch dissolvendo un problema in una sede, lo manteniamo in un'altra e perch riconosciamo in pieno i diritti dell'erudizione e dell'indagine intellettualistica e naturalistica delle lingue. Li riconosciamo appunto perch propugniamo un concetto pi ricco ed esteso della filologia. Non solo riconosciamo questi diritti, ma li riteniamo investiti di una loro grande dignit, tanto che insistiamo con forza sullo studio della tecnica e sulla inderogabile necessit dell'erudizione come elementi indefettibili preparatori della vera e reale filologia. Le cose - come cose - restano quelle che sono. Ma, intanto, noi siamo cambiati, perch vediamo queste cose, ognuna nella sua propria sede, con occhi nuovi, in un ordinamento metodologico che risponde a esigenze sorte in noi durante il nostro lavoro.
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FINE.